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Semplice, genuina, simpaticissima, è la domestica italiana di Jean Webster, l’autrice del celebre Papà Gambalunga, di cui si narra in un delizioso racconto dal titolo Ugolina of Biella.
La figura di questa donna è velata di mistero, la biografia americana Jean Webster: Storyteller di A. and M. Simpson with R. Connor la cita ma solo in riferimento a questo racconto, per il resto non si sa nulla. Ugolina of Biella, dunque, diventa un documento importante per approfondire la vita dell’autrice e conoscere uno spaccato della sua vita privata. Ma quali dettagli si svelano?
Ugolina rispecchia l’amore di Webster per l’Italia
Jean Webster amava l’Italia! Vi si era recata due volte: nel 1900, durante il secondo semestre del suo terzo anno al Vassar College, per scrivere la tesi Pauperism in Italy, e poi tra l’inverno del 1903 e la primavera del 1904 con la mamma Annie Moffett (nipote di Mark Twain), ormai vedova. Era affascinata dagli usi e costumi e dalla lingua italiana, tant’è che provò a impararla e a inserirla poi nelle sue opere. Infatti, tutti i romanzi di Webster contengono personaggi o paesaggi italiani o rinvii alla nostra Penisola, tranne Il mistero di Four-Pools.
Al momento di scegliere una domestica per la pulizia generale della casa, nel 1907 si rivolse a un conoscente che lavorava all’ufficio immigrazione spiegando che
Doveva essere una domestica qualificata proveniente dal nord Italia; onesta, pulita, servizievole, di compagnia; doveva parlare un perfetto dialetto toscano ed essere affascinante, ma non troppo giovane. Ci sarebbe piaciuto che cantasse le canzoni di strada popolari – Margarita, Santa Lucia, Funiculi-Funiculà – e che le sue conversazioni fossero interessanti. Inoltre – era una questione secondaria – che avesse un nome pittoresco.
Ugolina era molto simpatica e determinata
Una volta trascorsi molto tempo a tentare di convincerla che il mondo è tondo; e alla fine, presi una zuccheriera dal tavolo, in modo da illustrarglielo. «Vedi, Ugolina, puoi iniziare da questo punto e navigare dritta intorno per poi tornare al punto di partenza.»
Ella accolse la mia asserzione ma si domandò con una nota di stupore: «Come sarà mai venuto in mente a Dio di creare il mondo della forma di una zuccheriera?»
Con la sua simpatia, Ugolina rallegrava casa Webster, gli ospiti che la frequentavano e anche l’ospedale, quando ci si recò per un piccolo intervento. Indicava i commensali non attraverso il nome ma utilizzando una caratteristica fisica o morale (Signor Testa Calva, il Gentiluomo Magro, il Gentiluomo che Mi Ha Dato un Dollaro, ecc.). Inoltre, aveva portato con sé le superstizioni e le credenze tipiche di una donna di chiesa, quindi oltre a pregare molto spesso pensava, per esempio, che Sant’Antonio da Padova riportasse le cose che venivano perdute.
Ma Ugolina era anche forte e determinata, e rappresenta tutte le donne emancipate che hanno lottato per i loro diritti e la loro indipendenza: non solo ha cercato sempre un lavoro per non pesare su nessuno, soprattutto un uomo (anzi, pensava che gli uomini volessero sposarla solo per i soldi!), ma si trasferì anche negli Stati Uniti, su consiglio del fratello, perché voleva migliorare le sue aspettative di vita. Quanto coraggio – a quell’epoca, poi!
Anche la mamma di Webster scrisse di Ugolina
Tra i Jean Webster Papers del Vassar College è possibile leggere non solo l’originale Ugolina of Biella, in effetti mai pubblicato per le stampe americane, ma anche un manoscritto di Annie Moffett che aveva preso appunti su Ugolina proprio per permettere alla figlia di scrivere il racconto su di lei. Dai suoi appunti emergono alcuni dettagli aggiuntivi su Ugolina, tra cui il fatto che aveva mandato foto di Central Park alla famiglia in Italia, facendo credere che il municipio (il New York City Hall) fosse casa loro, per dimostrare di essere stata accolta in una famiglia facoltosa.
Conoscerla è stata un’esperienza; ho imparato più da Ugolina che da qualunque altra persona che abbia mai incontrato. Ho imparato a conoscere il cuore e la mente di una contadina – una donna di una lingua diversa e una razza diversa, eppure che possedeva quell’elemento universale che accomuna tutte le razze. E se a volte richiedeva qualcosa in più da me – più del mio tempo e attenzione ed energia – rispetto ad altre domestiche, non era un suo diritto? Perché doveva rinunciare alla sua vita per essere a mio servizio e ricevere nient’altro che denaro in cambio? Proviene da una razza socievole, emotiva, volubile, e sarebbe del tutto infelice se fosse obbligata a lavorare per persone che non apprezzano il suo valore come essere umano.

Non si sa se la domestica di Webster si chiamasse davvero Ugolina né se tutte le vicende raccontate in questo racconto siano veritiere al 100%. Tuttavia, possiamo essere certi che in casa Webster abbia lavorato una domestica italiana perché nella lettera dell’aprile 1905 Webster scrisse da Far Rockaway all’amica Kitty Sickley raccontando di una «unadulterated Italian cook» (un’autentica cuoca italiana).


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