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Non si parla d’altro: ma perché Netflix non ha voluto che Frankenstein approdasse nelle sale cinematografiche? Dietro questa scelta ci saranno pure interessi profondi, ma una cosa è certa: il nuovo film di Guillermo Del Toro in sala avrebbe reso moltissimo e sarebbe stato anche più godibile che in TV o, peggio, sullo schermo di un computer.
Non importa. Perché sebbene ciò che colpisce di Frankenstein sia principalmente la grandiosità estetica, l’attenzione ai più piccoli dettagli di design e la spettacolarità degli effetti speciali, sotto questo spesso velo visivo si cela una profonda comprensione del pensiero e della vita di Mary Shelley. Guillermo Del Toro modifica ad hoc parti della narrazione del romanzo, rimanendo tuttavia ben ancorato al testo di partenza (cita finanche intere parti dell’opera di Shelley!), per uno scopo ben preciso: inglobare l’essere di Mary Shelley (e di chi le stava intorno) nel suo capolavoro. Ne deriva un’opera immensa e poetica – che, però, poteva esserlo ancora di più se il focus fosse stato più sulla sceneggiatura che sull’aspetto visivo.

Nell’articolo di oggi scopriremo quali sono questi riferimenti alla vita di Mary Shelley e come sono stati inglobati nella narrazione principale.
Una madre assente da Mary Shelley a Victor Frankenstein

Guillermo Del Toro presenta i genitori di Victor Frankenstein fin da subito, ma non ci permette di godere della presenza della madre abbastanza a lungo: la donna, infatti, muore dando la vita al secondogenito, William. Caroline Beaufort è il suo nome nel romanzo, ma Del Toro lo modifica in Claire. Perché? È solo un nome! La scelta del regista è precisa: secondo la mia tesi, in questo modo ha voluto ricordare la sorellastra di Mary Shelley, Claire Clairmont, compagna costante fino alla fine dei suoi giorni.
Il latte

Come ho già detto, Claire muore di parto nel film di Del Toro. Chi altro muore di parto nella vita di Mary? Sua madre Mary Wollstonecraft, lasciandole un’eredità non da poco, ma anche un vuoto incolmabile. Lo stesso vuoto che Claire lascia nell’animo di Victor. Quest’aspetto viene messo in luce da Del Toro attraverso il latte: anche da adulto, Victor preferisce bere del latte, candido come la sua infanzia che gli è stata strappata troppo presto. Il latte è una manifestazione dei suoi desideri egoistici e puerili, del suo bisogno di sentirsi grande rimanendo però bambino e non comprendendo la portata delle sue ricerche e i rischi del suo esperimento.

In realtà, secondo alcuni critici il latte sta a indicare anche un’altra cosa – e ammetto che è ciò a cui ho pensato anch’io: in base ai ritratti di serial killer e omicida nel mondo del cinema (Arancia meccanica, Bastardi senza gloria, Léon, Non è un paese per vecchi, ecc.) è un simbolo per indicare la corruzione morale e la mente malata e disturbata dei personaggi che lo bevono. In questo caso potrebbe avere una doppia valenza e ricollegarsi sia all’amore materno che è stato sottratto a Victor sia alle sue aspirazioni pericolose.
Espulsione di Victor Frankenstein

Guillermo Del Toro passa poi a introdurre un richiamo alla vita del marito di Mary, Percy Bysshe Shelley, che viene espulso dall’Università di Oxford a causa del pamphlet The Necessity of Atheism. Allo stesso modo, introduce quest’evento nella vita di Victor che, dopo aver esposto i risultati della sua ricerca, viene cacciato dal Royal College of Surgeons di Edimburgo e costretto a continuare a lavorare in un altro laboratorio, vicino Vaduz.
Il lago

Per raggiungere la torre che viene adibita a laboratorio nel film di Del Toro, Victor e il mecenate Henrich Harlander viaggiano lungo una strada che passa vicino a un lago. Il lago è il luogo che vede nascere Frankenstein, ma la location è un’altra, nella realtà: Villa Diodati in Svizzera. Durante il famoso “anno senza estate” (1816), riunitisi con l’intento di riposarsi, Mary, Percy, Byron e Polidori si lanciano una sfida: scrivere la storia horror più spaventosa. Il lago di Ginevra fa da sfondo a queste vicende e a una tempesta, proprio quella che ispira Mary a scrivere il suo capolavoro.
Triangolo amoroso?

È ben noto che Claire Clairmont abbia seguito la sorellastra Mary ovunque e che nutrisse una simpatia particolare per Percy. Alcuni studiosi vanno oltre e pensano che sotto sotto i due siano stati amanti, mettendo Claire in una posizione intrusiva nella loro storia. D’altronde Percy credeva nell’amore libero… Pettegolezzi a parte, Del Toro inserisce anche questo triangolo amoroso nel suo film attraverso la figura di Elizabeth, futura sposa del fratello William e oggetto del desiderio di Victor.
A proposito di William…
Questo nome non ti dice nulla? Se conosci un po’ la storia di Mary Shelley sai che uno dei due figli maschi si chiamava William (in onore del padre Godwin), soprannominato Willmouse e morto di malaria nel 1819.
Citazioni letterarie

Il romanzo di Mary Shelley e l’adattamento di Guillermo Del Toro hanno in comune alcune citazioni letterarie, dall’Amleto a Il paradiso perduto. È emblematica la scena in cui Elizabeth tiene in mano lo scheletro di un cranio che costituiva parte dello sfondo delle fotografie di Heinrich Harlander Ma ancor più emblematica è quella in cui la Creatura tiene un cranio dei caduti durante la guerra di Crimea prima di iniziare il suo viaggio.

Giunto a casa del cieco, gli viene insegnato a leggere e tra i passi scelti viene citato uno de Il paradiso perduto di Milton, materia di ispirazione del Frankenstein di Mary Shelley.
“My name is Ozymandias, King of Kings.” “Look on my works, ye Mighty, and despair.” “No thing beside remains.” “Round the decay of that colossal wreck, boundless and bare.” “The lone and level sands stretch far away.” “My name is Ozymandias…”
Ma Del Toro va ancora oltre e introduce altre citazioni, come quella a Ozymandias di Percy Shelley e a Il pellegrinaggio di Childe Harold di Lord Byron (relegata – giustamente – a fine pellicola).
And thus the heart will break
Yet brokenly live on.
Elizabeth è Mary Shelley

Abbiamo parlato di tutto il Circolo Shelley, ma lo spirito di Mary dove emerge meglio? Attraverso la figura di Elizabeth Harlander, fidanzata di William Frankenstein. Seppur appaia troppo poco per essere un personaggio di rilievo, nelle (troppe) poche scene che le sono state dedicate Guillermo Del Toro l’ha trasformata in un tramite per esprimere la concezione dell’amore e della guerra di Mary. Elizabeth è lo spirito dell’autrice che entra nel film e dà voce alle sue idee.
Elizabeth: Ideas are not worthwhile by themselves, I don’t believe.
Victor: Enlighten me, please.
Elizabeth: Take the war, for example.
Harlander: William, cigar and brandy in my study? Surely you’ve heard my niece expound on the matter before. You’ll excuse us.
Victor: Pray, carry on. Ideas.
Elizabeth: Well… honor, country, valor. These surely are worthwhile, elevated ideas by themselves, wouldn’t you agree?
Victor: Mmhmm.
Elizabeth: And nevertheless, men are dying for them. In a decidedly unelevated way, face down in the mud, choking on blood, screaming in pain. Men that were fathers, brothers or sons to someone out there. Men that were fed, cleaned and nursed and schooled into this world by their mothers, only to fall on a battlefield far away, far from those that provoke these tragedies. Those men remain at home, untouched by blood or bayonet, their skin unpierced, their blankets warm and clean. That is what happens when ideas are pursued by fools.
Victor: And you think me a fool? Hmm?
Elizabeth: Run to your brandy and cigars. The boys are waiting.
In Frankenstein, la Creatura ed Elizabeth non hanno alcun rapporto, mentre nel film Del Toro ha pensato a un incontro tra i due per sottolineare l’influsso positivo che la donna ha sulla Creatura e allo stesso tempo la loro connessione emotiva.

Elizabeth è un’entomologa (studia gli insetti), ha delle opinioni e prende posizione su temi caldi anche se nessuno le dà retta. È vestita a strati e con il capo e il volto coperto, come le convenzioni sociali imponevano, ma via via che si avvicina alla Creatura e ne scopre la sensibilità si spoglia del cappello e del velo per avvicinarsi a lei. Sono molto più simili di quello che si pensi, entrambi dotati di spiccata intelligenza ed emotività. In fondo, anche nel romanzo di Mary Shelley il mostro di Frankenstein rappresenta la figura femminile all’epoca, con la sua voglia di scoprire il mondo e l’impossibilità di essere compresa e valorizzata.



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