Read the English version here.
Non si parla d’altro: i nuovi film di Emerald Fennell e Guillermo Del Toro fanno discutere. Ma come mai: gli attori non sono all’altezza? la narrazione non è lineare? mancano di creatività? i personaggi sono piatti? NO! Non rispecchiano i rispettivi libri.
Ora, io capisco la voglia di vedere i propri personaggi preferiti prendere vita sullo schermo nello stesso identico modo in cui le autrici (in questo caso) li hanno concepiti. Anch’io lo vorrei. Ma devo svelarvi una dura verità: non funziona così. Non è una cosa possibile. Perché? Lo scopriamo subito.
Questione di… traduzione?
Cosa c’entra la traduzione se parliamo di un libro che diventa un film? C’entra (o forse no?).
Chi ha studiato traduzione conosce bene Roman Jakobson che nella sua definizione individua tre micro-varianti:
- la traduzione interlinguistica (passaggio da una lingua a un’altra, cioè traduzione propriamente detta);
- quella intralinguistica (riscrittura nella stessa lingua);
- quella intersemiotica (che prevede il passaggio da un linguaggio semiotico all’altro e riguarda tutte le arti – musica, balletto, teatro, pittura, scultura, cinema, ecc.).
Com’è prevedibile, qualcuno non è stato d’accordo con questa tripartizione; tra questi il nostro Umberto Eco, che in Dire quasi la stessa cosa (la Bibbia dei traduttori) spiega che alle basi di una traduzione propriamente detta giace la fedeltà al testo di partenza, mentre in quella intersemiotica non può accadere, perché l’interpretazione e il punto di vista vengono imposti da chi crea la nuova opera d’arte. Eco preferisce quindi che si parli di trasposizione, non di traduzione.
Sono tanti i critici che hanno analizzato la questione e diversi hanno difeso il cinema, come André Bazin, secondo cui
la fedeltà verso una forma, letteraria o meno, è illusoria: ciò che conta è l’equivalenza nel significato delle forme
faithfulness to a form, literary or otherwise, is illusory: what matters is equivalence in the meaning of the forms
Come sottolinea Brian McFarlane, la trasposizione non è un esempio di riduzione di grandi opere, ma di convergenza tra le arti, che si devono fondere per creare un testo nuovo, anche se questo significa tralasciare degli elementi del romanzo oppure crearne di nuovi. Spesso, per esempio, la trasposizione va anche incontro a un processo di razionalizzazione, che implica l’esplicitazione e la messa in chiaro di alcuni elementi sottesi, o di eliminazione degli stessi, per forza di cose. Il senso di insoddisfazione davanti al testo filmico deriva dalla realizzazione che la fonte letteraria sia stata eccessivamente manipolata. Tuttavia, bisogna comprendere le scelte e i cambiamenti apportati, cercando di riflettere sugli elementi che possono e non possono essere trasferiti.
È molto importante, quindi, distinguere tra libro e film, anche perché considerare il secondo una copia del primo inevitabilmente lo porrebbe in una posizione subalterna e quindi inferiore. Entrambi i mezzi artistici, invece, hanno pari dignità e devono essere considerati in quanto tali.

Da un’Arte all’altra
Le trasposizioni esistono da tempi immemori. Christian Metz parla di
semiological interferences between arts
interferenze semiologiche tra le arti
per indicare questa stretta relazione tra letteratura e cinema, che di tanto in tanto si sintonizzano sulla stessa frequenza. Gli studiosi hanno scritto pagine e pagine su quest’aspetto. Io ho potuto analizzare l’argomento nella mia tesi triennale, che riguardava il ballo Regency nel romanzo Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, paragonato alla miniserie della BBC di Simon Langton (1995) e al film di Joe Wright (2005).
È chiaro che ognuno porta l’acqua al proprio mulino: chi si occupa di libri considera le trasposizioni infedeli un oltraggio; chi lavora nel cinema sottolinea – e non a torto, secondo me – che si tratta di due Arti differenti e di conseguenza di due linguaggi differenti. George Bluestone, pioniere degli studi di trasposizione cinematografica, dichiara che è normale e giusto che non si possa replicare lo stesso prodotto, è impossibile.
Anche una traduzione, che di regola deve essere fedele al testo di partenza (non una riscrittura con tagli, censure, ecc.), non può mai essere il duplicato esatto dell’originale per motivi linguistici e culturali. Figuriamoci quando si passa dal libro, dalla carta, alla pellicola, alla trasposizione.
Tuttavia, ogni volta, puntuali come un’orologio, le tastiere infuocate sui social si scatenano: più gli adattamenti sono infedeli – e (volutamente) provocatori, per generare reazioni e quindi ulteriore curiosità – maggiore sarà il numero di articoli, post, reel, TikTok al riguardo. Vedi, anch’io sono caduta nella trappola e ne sto scrivendo ora!
Frankenstein di Guillermo Del Toro

È arrivato il momento di smontare la principale critica a Frankenstein di Guillermo Del Toro, definito da Davide Turrini per il Fatto Quotidiano un «pasticcio bruttarello». Ho cercato tra le critiche mosse al film, ma in generale non riguardano la fedeltà al testo di partenza, bensì il modo in cui viene raccontata la storia e altri elementi tecnici che in questa sede non ci interessano. Quindi, diciamo che l’unico commento negativo sul film è il seguente:
Jacob Elordi è troppo bello per interpretare il mostro di Frankenstein.
Quest’affermazione che mi fa molto ridere, perché Elordi non è bellissimo ma è affascinante (secondo me), che è un’altra cosa. Ma mettiamo pure il caso che sia un Adone, il romanzo di Mary Shelley potrebbe (o dovrebbe) essere letto in maniera metaforica: il mostro non deve essere brutto, perché rappresenta tutte le creature rifiutate e allontanate dalla società, tutti i reietti e i diversi. Qui entra anche in gioco il concetto di Sublime di Edmund Burke: il sublime è qualcosa che incute timore reverenziale, cioè spaventa e allo stesso tempo attrae, incanta, ammalia; dunque, la scelta di Elordi, a mio parere, non sarebbe sbagliata (e non lo dico solo io, ma anche Enrico Azzano di Quinlan);
“Cime tempestose” di Emerald Fennell

E ora cerco di smontare anche le principali critiche mosse a Emerald Fennell solo in base al trailer di “Cime tempestose” (pochi hanno visto alcune parti del film incompleto). Guarda un po’, sono maggiori di quelle di Frankenstein – perché Del Toro è Del Toro e può tutto? Mi sa proprio di sì, qui abbiamo un bias gigante. Comunque sia, vediamo cosa c’è che non va in “Cime tempestose”:
- Jacob Elordi non è nero: Emily Brontë scrive di Heathcliff «dark skinned gyspy», non è specificato che fosse un “black man” né viene mai offeso con parole con la N, cosa che all’epoca era la normalità; inoltre, anche nella maggior parte delle trasposizioni precedenti un attore bianco ha interpretato questo personaggio, ma abbiamo la memoria corta. Certo, con questo non voglio dire che bisogna continuare a sbagliare, assolutamente!;
- Margot Robbie non è mora come Catherine: potevano metterle una parrucca, le potevano far tingere i capelli di castano come in Amsterdam o Z for Zachariah, e invece no, un motivo ci sarà;
- il film è troppo spinto e contiene scene hot: non a caso la regista è Emerald Fennell, il cui sguardo è sempre alternativo e provocatorio; può piacere come non può piacere, ma i suoi film precedenti sono indimenticabili. È proprio grazie a Saltburn, tra l’altro, che Guillermo Del Toro ha deciso di scegliere Elordi per impersonare Frankenstein!;
- gli abiti rispecchiano talvolta l’uso del 1700 e altre volte quello del 1800 e del 1900: non sono un’esperta (al contrario di tutti quelli che hanno commentato i costumi evidentemente!), ma allora dovremmo condurre un’analisi simile su tutti i film storici per accorgerci che non sono fedelissimi all’epoca che rappresentano. Per esempio, dato che l’ho studiato posso affermare che nonostante il film e la miniserie di Orgoglio e pregiudizio che ho citato siano amatissimi, hanno dimostrato di aver tenuto poco conto delle regole, delle musiche e dei passi del ballo Regency. Allora è vero che siamo in presenza di un bias contro Fennell e/o il suo film!
C’è da aggiungere una cosa: io, come tanti (altrimenti non si spiegano le centinaia di contenuti e commenti contro questo film), non avevo notato ciò che una creator americana (@itsyourfilmsis) ha sottolineato appena dopo l’uscita del trailer ufficiale. La presenza delle virgolette accanto al titolo nella locandina, segno tipografico ricollegabile al fatto che Fennel si sia solo vagamente ispirata al romanzo di Emily Brontë, ma di fatto non abbia seguito passo passo le indicazioni dell’autrice.
Inoltre, @itsyourfilmsis ha anche ipotizzato la motivazione per cui abbiano scelto una Catherine bionda: perché Margot Robbie, in realtà, non impersona Catherine, ma una donna che leggendo il romanzo di Brontë si immedesima nella storia e nel personaggio. Interessante ipotesi, vedremo se sarà vera.
Fermo restando che io sono sempre curiosa di vedere gli adattamenti dei romanzi, e che «il libro è meglio del film» quasi in ogni caso, ma non dovremmo fare paragoni considerando ciò che ho scritto in precedenza, penso che questi attacchi gratuiti e queste riflessioni puntuali sulle due pellicole in questione non facciano che aumentare il desiderio di vederli sullo schermo.
Se hai pensieri simili o contrari ai miei, ti aspetto nei commenti per parlarne.


Lascia un commento